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12.05.2010 Versi dalla Russia dei gulag e dei bazar
STEFANO GARZONIO, "Il Manifesto", 09-05-2010
Una raccolta del pietroburghese Sergej Stratanovskij.
SERGEJ STRATANOVSKIJ, BUIO DIURNO, EINAUDI, PP. 220, EURO 15
Buio diurno è la resa italiana di Dnevnaja t'ma, il titolo di una raccolta di versi del poeta pietroburghese Sergej Stratanovskij, titolo che pare riecheggiare quello di un celebre libro, Buio a mezzogiorno, di Arthur Koestler. Con il titolo di quella raccolta di versi, pubblicata nel 2000, esce ora in italiano di Stratanovskij per Einaudi, a cura di Alessandro Niero, una silloge poetica che comprende testi riconducibili ai libri poetici Versi (1993), Buio diurno appunto, Accanto alla Cecenia (2002) e Sul fiume torbido (2005).
Stratanovskij era già noto al lettore italiano, oltre che per saggi e recensioni di vari studiosi, per numerose traduzioni in antologia dello stesso Niero, di Annelisa Alleva, Paolo Galvagni, Marco Sabbatini e altri. Questa è comunque la prima volta che il lettore italiano ha l'opportunità di conoscere in tutta la sua articolazione e complessità l'opera di questo notevole poeta della Russia contemporanea. Formatosi in epoca sovietica, come gran parte della sua generazione, nel samizdat e dopo le prime apparizioni nel cosiddetto tamizdat, vale a dire in pubblicazioni all'estero, Stratanovskij che fu vicino a Viktor Krivulin e alla sua cerchia, si è affermato come una delle voci più originali e profonde dell'odierno discorso poetico russo post-sovietico.
Cultore del frammento poetico, quasi strappando parole al silenzio, in un ardito intreccio di rimandi e di allusioni, fortemente pessimista, Stratanovskij ricostruisce nel suo universo poetico una dimensione spirituale segnata da un fiero senso della solitudine, solitudine per così dire cosmica, in un mondo abbandonato da Dio, o almeno dal Dio «essere superiore», «padrone celeste» e nel quale alla scomparsa del male esterno («sovietico» suggerisce Niero) corrisponde l'assillante presenza di un male interno, intimo, esistenziale, cui sola si oppone l'idea giovannea della «luce che splende nelle tenebre».
Allo stesso tempo nell'impianto filosofico di Stratanovskij, tra pose stoiche e venature di nichilismo, molte sono le coincidenze con le riflessioni filosofiche dell'esistenzialismo francese (non a caso il poeta si cimentò nella traduzione del capitolo Kirillov del Mito di Sisifo di Sartre). L'arte, la creazione poetica ha certo per Stratanovskij una prospettiva salvifica, o almeno consolatoria, certamente un respiro metafisico, ma allo stesso tempo è espressione di indignata denuncia, di impegno etico e civile. Nei versi sulla Cecenia, ma non solo, in tutta la sua poesia, troviamo riferimenti critici coraggiosi all'odierna società russa, al mondo degli arricchiti e del neocapitalismo rampante. Al 1992 risale un frammento nel quale è raffigurato un nuovo ricco su una spiaggia di un arcipelago greco che sfoglia Arcipelago Gulag di Solzhenicyn finalmente pubblicato in Russia e prima di dirigersi a gustare aragoste in un ristorante su una vecchia goletta, pensa all'inferno della Kolyma e poi tra sé e sé ragiona: «Ma è inutile farsi complessi / e sciocca è l'enfasi morale / Non ci può essere paradiso / Senza la fossa infera / Senza questa discarica di corpi».
La Russia di Stratanovskij è una Russia violenta e crudele, la Russia dei bazar e delle stazioni affollate, dei lager e delle guerre fratricide, la Russia dei delatori e dei nuovi russi. Pietroburgo è l'antimito su cui essa si costruisce, con i tanti richiami ai suoi eroi letterari, confusi nella folla, tra lamenti e estatica demenza, nel fango e nella luce dorata delle iconostasi, tra irrituale letteraria carnevalizzazione e cupa, sensuale dimensione mitico-paganeggiante, fisiologico-animalesca. La riflessione del poeta sulla patria si fonda sull'idea della pseudomorfosi di spengleriana memoria, i cataclismi, i capovolgimenti politico-sociali, non hanno intaccato la natura profonda della Russia, come sottolineato dal frequente impiego di straniati accostamenti pancronici.
Un critico ha parlato di «cacofonia etico-estetica del mondo». Tratto questo che risulta ancora più forte nelle «poesie cecene», nelle quali lo spirito poetico si interroga senza risposta in un turbine di maschere autoriali tra distacco e spietata virulenza: «I cani di Groznyj / spietati e cattivi / Tra i ruderi della città / coi denti dilaniano i caduti / Che fino a ieri regnavano / su corti e discoteche». La lirica di Stratanovskij è ricca di impliciti richiami alla grande tradizione poetica nazionale, a partire dall'antiestetismo di Gavrila Deržavin, essa è anche gioco intellettuale, finezza che con occhio distaccato, con feroce ironia e autoironia, osserva e interpreta.
La lingua del poeta è una lingua difficile, improbabile. A questo proposito Krivulin parlò di koiné, di combinazione di newspeak sovietico e slavo-ecclesiastico, di sviluppo lessicale del gergo post-sovietico secondo i criteri neologistici del greco antico. Riferimenti che la dicono lunga sulle difficoltà di traduzione con le quali si è cimentato con successo Alessandro Niero, che dell'opera del poeta offre anche una lucida trattazione critica nel saggio introduttivo.

