Russa versione

Pubblicazioni

Ricerca

[]
Ludmila Ulitskaja:

Ludmila Ulitskaja: "Vogliamo l'atteggiamento lucido alla storia e l'indipendenza di fronte alle autorità"

режим чтения

testo: Chiara Munerato

Nella Russia di oggi Ludmila Ulitskaja è una di pochi esponenti del mondo letterario che si astengono dal buttarsi nel vortice della quotidianità e dal mescolare la letteratura con il giornalismo. È molto meno prolifica, a differenza dei molti suoi colleghi, ma i temi che affronta nei propri testi – fede, tolleranza, emigrazione, esilio, amore – non si misurano con la frenetica rapidità della scrittura. Nonostante le rare apparenze in TV, il suo parere rimane sempre nel fuoco dell'attenzione del grande pubblico, il quale la annovera (forse contrariamente alla sua propria volontà ma conformemente al suo talento) tra i classici della letteratura russa. Il suo ultimo romanzo, Zelenyj šater [La tenda verde, Moskva, Eksmo] è del 2011; tra le sue ultime iniziative, il volume Detstvo 45-53 (Infanzia 45-53, Moskva, AST, 2013), una raccolta di memorie incentrate sull'ultimo periodo staliniano il quale per i partecipanti al progetto è coinciso con i primi anni della loro vita.

C.M. Il romanzo Daniel Štejn, traduttore, edito in italiano nella traduzione di Emanuela Guercetti, è uno dei Suoi ultimi libri pubblicati in Italia. Conosce la sorte di questo libro nelle sue numerose traduzioni? In quale paese ha avuto particolare successo?

L.U. Daniel Štejn, traduttore è stato pubblicato nel 2006 ed è stato in seguito in diciannove paesi dell’area europea e in America, Australia e Giappone. Ha avuto un successo particolare in Francia, Polonia, Giappone e Ungheria, anche se i lettori più fedeli rimangono i russi. Da allora ho scritto altri due libri, perciò il clamore legato all'uscita di questo romanzo nel nostro paese si è calmato già da un po'. Alcuni l'hanno accolto con entusiasmo, altri con profonda irritazione. Il romanzo ha provocato grandi discussioni e nella mia via non mi era capitato di ricevere così tante accuse disparate e contrastanti allo stesso tempo: antisemita, sionista, cristiana, nemica del cristianesimo. Ma si sa, uno scandalo efficace stimola l'interesse per il libro, e il romanzo, che secondo me era condannato al fallimento, ha avuto un grande successo. Anche commerciale. Il romanzo, così come il protagonista, hanno avuto destini simili. Per alcuni è stato l’evento principale della loro vita (sia il romanzo, sia il prototipo del protagonista), mentre altri non l’hanno considerato. Sono contenta che questo libro sia stato scritto. Ho sempre detto che sarebbe stato meglio se l'avesse fatto qualcun altro – un grande uomo, con una seria istruzione teologica, sicuro di sé e vigoroso, ma non lo si è trovato ed è toccato a me scrivere il romanzo. Il compito era al di sopra delle mie possibilità e l'ho superato come ho potuto. Ma posso affermare con sicurezza di non essermi risparmiata. E il successo? Sì, c'è stato. Ma non ho lavorato per il successo. Ho lavorato per amore e per un dovere inspiegabile verso una persona straordinaria che il destino mi ha presentato una sola volta nella vita.

Il tema della fede è uno dei temi chiave del romanzo. Negli ultimi tempi si è parlato molto di fede, religione e chiesa nella società, sia in Russia che all'estero. Lei ritiene che la fede debba superare una "prova di resistenza" da parte della società, oppure questo sentimento è e deve rimanere profondamente personale, al di fuori delle discussioni?

È una domanda molto bella – per molte persone nel mondo la fede è pari alla religione e la religione è pari alla chiesa, ma si tratta di tre cose completamente diverse. La fede è il rapporto personale dell’uomo con una forza superiore, ed ognuno la interpreta a modo suo. Per alcuni tale forza superiore è il Signore nelle sembianze di un anziano barbuto, per altri è un'essenza spirituale, per altri ancora è la legge mondiale dello sviluppo dell'universo, compresa l'evoluzione. Ma ci sono anche quelli per cui l'oggetto di fede è un’idea astratta – il comunismo, l'antroposofia o la nutrizione come per Shelton o Bragg. La religione è l'esperienza sociale, pubblica, culturale della fede. La chiesa, oltre all'autodefinizione di "corpo di Cristo", è anche un apparato amministrativo, che attenta al potere sull'individuo e sugli stati. Nelle varie epoche storiche tutto ciò è apparso in modo diverso, ma a volte ha portato a grandi guerre e al massacro reciproco. La discussione è qualcosa di utile, ma quanto più forte è la fede, tanto più si è convinti, purtroppo, della propria ragione, dell'unicità della propria fede. E questa convinzione rende la discussione impossibile.

Nel libro si affronta il tema della tolleranza. In che misura la tolleranza è determinata dal grado di partecipazione, dell’uomo alla vita pubblica, culturale e politica? O si tratta di una questione di educazione infantile, qualcosa che l'uomo dovrebbe imparare durante l'infanzia una volta per tutte?

Considero la tolleranza una conseguenza di due cose: dell'educazione e del livello culturale. Un bambino educato nella convinzione che lo stile di vita e di pensiero dei suoi genitori ed educatori sia l'unico possibile, nell'età adolescenziale vive a volte un conflitto difficile da risolvere. La conoscenza dell’esistenza di altre culture nel mondo, di un altro atteggiamento verso la natura, del fatto della morte e della nascita, delle abitudini e delle particolarità culturali di altri popoli aiuta a risolvere tale conflitto. Da sette anni guido un progetto di antropologia culturale per l'infanzia, chiamato "L'altro, gli altri, sugli altri". Ad oggi sono usciti quattordici libri che toccano varie questioni: la famiglia, il cibo e l'abbigliamento, l'educazione e le punizioni, le varie mitologie che descrivono ciò che avviene nel mondo in culture diverse, le professioni e il rapporto con i disabili… Rimangono ancora due libri, uno sulle festività di altri popoli e un libro molto importante, che non è ancora pronto, sull'aggressione. Questo è il contributo comune del nostro collettivo alla causa di intercomprensione fra gli individui.

Ludmila Ulitskaja. Fonte: ITAR-TASS

Di recente è uscita la Sua raccolta di testi Detstvo 45-53. A zavtra budet sčast’e [Infanzia 45-53. E domani verrà la felicità]. Si tratta di una raccolta di memorie di persone diverse, sugli appunti delle quali lei ha scritto i saggi introduttivi. Un quadro del passato, dipinto attraverso il prisma delle memorie d'infanzia, difficilmente può aspirare all'oggettività; il sottotitolo, tuttavia, fa capire che proprio qui si racchiudeva un determinato "corso" letterario. Che immagine del passato crea questa raccolta?

Per me è stato molto interessante lavorare a questo libro; certo, non si può parlare di alcuna oggettività. Persone diverse, condizioni diverse, memorie diverse. Eppure messe insieme determinano ciò che si può chiamare “la memoria di una generazione”. La memoria storica. Effettivamente sembra paradossale, ma gli "ex-bambini", nel descrivere la loro infanzia misera, affamata, piena di severità, terminano quasi sempre la loro narrazione, esclamando: "che infanzia felice abbiamo avuto!". La generazione a cui appartengo anch'io ha saputo poco del passato della famiglia e del paese dai genitori – loro appartenevano alla generazione "del silenzio". L'ombra della paura dell'autorità si è distesa anche sulla mia generazione. Ormai la nuova generazione, che è cresciuta dopo la caduta del potere sovietico, non è deformata dalla paura tanto quanto lo sono state le generazioni precedenti. Uno dei compiti di questo progetto è ripristinare il contatto fra le generazioni. Noi, le persone della generazione uscente, vorremmo vedere un atteggiamento lucido verso la storia, la capacità di sostenere opinioni autonome, di essere indipendenti di fronte al potere e all'autorità.

Lei è alla guida di una serie di progetti di beneficienza, legati alle biblioteche russe e alle biblioteche dei paesi dello spazio postsovietico. Ci può raccontare qualcosa in più al riguardo?

Purtroppo il mio fondo ora è "congelato". L'ultima cosa che siamo riusciti a fare è stato mandare alle biblioteche dei paesi dell'ex-Unione Sovietica una serie completa di libri che riteniamo validi. Erano cento pacchi con cento libri ciascuno. Li hanno ricevuti le biblioteche universitarie o le biblioteche delle capitali degli stati del Baltico e dell'Asia Minore, alcune biblioteche periferiche della Russia e la biblioteca di Haifa, dove vivono molti ex-connazionali. Il denaro è terminato e aspettiamo tempi migliori.

Di recente lo scrittore Boris Akunin ha esortato i rappresentanti dell'ambiente culturale ad ignorare gli appelli, gli inviti e gli incoraggiamenti da parte dell’autorità. Gli scrittori, gli intellettuali quanto possono ritenersi liberi nella Russia contemporanea e nel mondo contemporaneo?

Ci sono molte questioni su cui io e Boris Akunin siamo pienamente d'accordo. Ma su questo punto non posso convenire con lui. Io sono una persona indipendente, nel senso che non ho né un teatro, né uno studio, né un collettivo creativo da dirigere; per me è facile ignorare l'autorità. Ma per chi ha un teatro? O un'orchestra? Queste persone devono entrare in complicati rapporti diplomatici con l'autorità, che può stanziare dei soldi dal bilancio, ad esempio, per la ristrutturazione dell’edificio, ma può anche rifiutare di farlo… Queste persone devono inchinarsi ed essere ipocrite e, ne sono sicura, pochi ne traggono piacere.

Lei ha scritto la prefazione all'edizione francese del libro di Eduard Limonov Le mie prigioni. Perché ha deciso di aprire con un Suo testo il libro di un autore che dopo l'uscita della biografia di Emmanuel Carrère è diventato (di nuovo) incredibilmente popolare in Francia e in altri paesi?

Lo so. Il talento e l'intelletto appartengono a Dio, forse giacciono in diverse tasche, nel distribuirli non tutti ricevono sia l'uno, che l'altro. Non provo la benché minima simpatia per il nazional-bolscevico Limonov, le sue opinioni politiche per me sono inaccettabili, ma è uno scrittore di talento e non potevo rifiutare quando mi hanno proposto di scrivere la prefazione al suo libro. Lo studio della vita in carcere è uno dei temi più importanti della letteratura russa: Tolstoj, Dostoevskij, Čechov ne hanno parlato. In questo Eduard Limonov porta avanti un tema radicale della letteratura russa. Fino a quando esisteranno un carcere crudele, una giustizia venale e codarda e un potere autoritario, gli scrittori in Russia parleranno della prigionia. Molti libri simili sono stati scritti nel XX secolo: Solženicyn e Šalamov, Marčenko e Sinjavskij…. Limonov. Ed ora anche Chodorkovskij scrive saggi magnifici sulla vita dei carcerati*. Finché in Russia esistono prigioni simili e una simile giustizia, come quelle di oggi, devono esistere anche libri che parlino del carcere.

Il Suo stile letterario più volte è stato paragonato allo stile di Lev Tolstoj. Forse per Lei questo autore hai un significato particolare? Quali grandi autori del passato, secondo Lei, dovremmo rileggere oggi?

Beh, per quanto riguarda i paragoni, dobbiamo fare attenzione. Tanto più che io non ho grandi ambizioni, ma ho il senso dell'umorismo. Una volta, un noto critico francese mi chiamò "Čechov in gonnella" ed in seguito, per molto tempo, ho trovato lo stesso "Čechov" nelle brevi recensioni sui miei libri in varie lingue. Devo riconoscere che leggo molto di più i classici che gli autori recenti. E Tolstoj, è ovvio. Ma negli ultimi tempi preferisco la poesia alla prosa. Un paio di anni fa leggevo molti autori romani, invece ieri stavo sfogliando La difesa di Lužin – lo so quasi a memoria – Che felicità! Ed ognuno può trovare i suoi gioielli: il piccolo racconto Alëša Goršok di Tolstoj o Le anime morte di Gogol’, e al di sopra di tutto La figlia del Capitano

A partire da Sonečka, nella Sua opera le donne hanno sempre giocato un ruolo importante. Nella Sua vita ha mai incontrato un esempio o un ideale di donna, che ha seguito o cercato di imitare?

La Russia è un paese di donne. Senza esagerare troppo, direi addirittura che è un paese di donne sante. Non so come stiano le cose presso altri popoli, ma in Russia le donne sono, di regola, più forti, più discrete, più dotate dei loro uomini. Con rare eccezioni. Il destino delle donne in Russia è davvero particolare. È da più di cent'anni che gli uomini conducono guerre insensate, uccidono i propri simili, calpestano la vita, la cultura, il sostentamento umano, invece le donne crescono i figli, costruiscono strade, insegnano, curano, partoriscono e seppelliscono… Le donne dell'ultima guerra, le nostre nonne e madri, verso i quarant'anni perdevano la bellezza e la salute e lottavano contro le disgrazie della vita, allevavano i figli e proteggevano i mariti-ubriaconi…. Di quale ideale si può parlare qui? Ci si può solo inchinare alla loro memoria.

L'Italia è stata sempre saldamente legata alla Russia ed inserita nella tradizione letteraria russa. In Italia tutti La conoscono, più di una volta Lei ha vinto dei premi letterari italiani. Che traccia ha lasciato questo paese nella Sua biografia artistica?

Ora, mentre mi trovo nell'amata campagna di Beuca, in Liguria, e guardo la finestra, e vedo il mare, gli Appenini, e la vela di un peschereccio in lontananza… posso dire che non c'è alcuna traccia italiana nella mia biografia creativa. Qui sono trascorse le ore migliori della mia vita, con i volti dolci dei vicini, la meravigliosa bontà e apertura dei pescatori e dei professori, dei fruttivendoli e dei bancari… In Italia sto bene come in nessun altro posto al mondo. E le sono grata perché non si arrende, nonostante tutte le difficoltà della vita.

_________________________________

* Nel 2009 la rivista Znamja ha pubblicato, con il titolo Dialoghi, un'intervista di Ludmila Ulitskaja a Mikhail Khodorkovskij scritta in forma di scambio epistolare.

  • Commenti [0]

    Lasciare il commento