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Zakhar Prilepin:

Zakhar Prilepin: "La Russia sarà salvata dalla coscienza di un milione di persone attive e non conformiste"

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Testo: Galina Denissova
Foto: Aleksandr Utkin/RIA Novosti

Mi corregga se sbaglio, ma ho l'impressione che nella sua arte letteraria giochi un ruolo fondamentale il modello presente nelle opere di Eduard Limonov; ovvero l’importanza di una posizione sociale attiva e risoluta che trova il proprio riflesso nel testo narrativo. In altre parole, per Lei è essenziale che la vita prenda il sopravvento sulla letteratura?

Non esattamente. A me interessa più vivere che scrivere. A volte però mi sembra ancora più interessante leggere che vivere. La lettura, che sia chiaro, non si sostituisce alla vita, eppure essa, la lettura, spunta sempre da ogni dove, da qualsiasi fessura. In tutto questo sobbuglio dovuto alla politica, alla famiglia, ai viaggi così via, io cerco sempre un'opportunità per leggere con calma. Il testo narrativo per sé, la sua qualità e quel piacere che provo quando leggo i testi altrui, sono per me sinceramente più importanti della politica, sul cui fluire poco sensato cerco proprio di non concentrarmi. Dello stesso Limonov mi interessa piuttosto la sua ipostasi letteraria, sebbene resti un politico eccezionale (uno dei pochi in Russia, se parliamo di veri politici e non di funzionari). Quanto a me, io sempre scritto delle cose in qualche modo legate alla mia esperienza personale per la semplice ragione che questa esperienza ce l'avevo sotto mano, così come prettamente mie erano le riflessioni che ne ho cavato. Eppure trovo molto più interessante pensare agli altri che a me stesso. Scriverei con enorme piacere un grande romanzo in cui io non ci sia proprio. E lo scriverò senz'altro.

Non crede che la letteratura non debba diventare campo di battaglia tra le ideologie e che l'attività artistica e politica debbano vivere, diciamo così, in piani differenti dello stesso condominio?

Che vivano dove gli pare, è un loro affare personale. Non solo Fadeev, Majakovskij e Solzhenitsyn ma anche Pushkin e Dostoevskij avevano le loro opinioni politiche. È inevitabile, a ciò non si può sfuggire! Un altro discorso è affermare che l'arte di uno scrittore vero e intelligente si debba trovare sempre al di sopra di qualsiasi concetto politico e di ogni ideologia coprorativa. Mi scusi se torno a parlare di me stesso, ma il mio romanzo Patologie è stato classificato dai critici sia come testo filorusso che come testo russofobo, mentre nel romanzo Sankja, incentrato sulla vita dei giovani estremisti, la maggior parte dei relatori vede un simbolo della crisi e dell'assenza di prospettive piuttosto che un elogio alle opinioni espresse dal partito nazionalbolscevico. Il che significa solo una cosa: i testi che ho scritto trasmettono al lettore un po' di più rispetto a quanto sarei capace di dire come giornalista, cittadino, soldato dell'Omon (Forze speciali di polizia), membro di un gruppo estremista ecc.

È d'accordo con la considerazione di Patologie come di una "verità in trincea"? Non La mette in imbarazzo il fatto che i Suoi testi vengano a volte considerati come continuazione della politica?

Il termine stesso di "verità in trincea" ci rimanda alla letteratura della Prima e della Seconda guerra mondiale e questo è di certo un livello troppo impegnativo e serio. Io non scrivo della guerra e non mi faccio passare per un veterano o per un soldato di ventura. Scrivo invece della cosidetta "operazione anti-terrorista", un'impresa totalmente priva di senso; in tutto questo c'è la verità, sì, ma non ci sono trincee. Mi sono concentrato piuttosto sul comportamento di un uomo nel mezzo di una situazione critica, senza mai pormi l'obiettivo di analizzare le ragioni e le conseguenze delle guerre cecene. In altre parole, in questo libro non c'è politica; fermo restando che la politica è onnipresente.

Lei rappresenta una tendenza importante della letteratura russa contemporanea, ovvero quella che descrive il processo di decadenza di una società problematica, piena di svariate disfunzioni. Allo stesso tempo però non nega la presenza di certi legami spirituali e letterari. È come se la macchina di nome "Russia" fosse finita in una buca profonda, ma al suo paraurti fosse stato precedentemente attaccato un cavo fatto di testi letterari, pensieri e sensazioni. Secondo Lei, questo cavo sarà in grado di tirar fuori una macchina del genere? Oppure la buca non c'è affatto e si tratta di uno stato normale della società russa permanentemente deviata?

No, nessun cavo letterario sarà capace di tirar fuori la Russia da tale buca. Essa sarà salvata dalla coscienza di, diciamo, un milione di persone. Ci vogliono almeno un milione di persone attive, in grado di rinunciare per almeno 24 ore alla loro visione conformista del mondo (tra l’altro, rivolgo queste parole anche a me stesso). Invece i testi, come al solito, svolgono la semplice funzione di spiegare alla gente "che bello ritrovarsi qui" (come dice una nota canzone), "di chi è la colpa" e "che fare".

Al Salone del Libro di Torino è stata presentata l'edizione italiana del Suo romanzo Patologie. Lei che accoglie a braccia aperte "l'assalto a tutti i palazzi", come definirebbe il proprio posto nel contesto del rapporto tra gli autori russi e il lettore europeo? Come la letteratura scritta da giovani ribelli può essere percepita da un lettore medio lettore, sodisfatto e compiaciuto?

Ritengo che il lettore russo sia altrettanto compiaciuto che quello europeo. I miei libri sono stati pubblicati anche in Francia ed in Polonia ed anche in questi paesi ci sono specifici motivi per essere compiaciuti e per distanziarsi dall'autore russo e dal testo scritto da lui, ma per quanto sono riuscito a capire, alla fine è andato tutto bene. Quei lettori che non vivono nei palazzi, forse non sono contrari al mio appello all’assalto. Mentre quelli che nei palazzi ci vivono, e qui mi riferisco alla mia esperienza russa, spesso apprezzano ancora di più i miei testi. Probabilmente, di nascosto, vorrebbero che qualcuno li assalisse.

Patologie è il Suo primo romanzo edito in Italia. Il mercato editoriale italiano è molto particolare: vi ci possono apparire le opere di autori poco conosciuti in Russia (fatto di per sé piuttosto lodevole), ma allo stesso tempo ci sono delle notevoli lacune in merito alla pubblicazione delle opere degli esponenti più grandi della letteratura russa di oggi. Sembra paradossale ma tuttora mancano le traduzioni in italiano dei romanzi di Dmitrij Bykov o di Aleksandr Prokhanov. Cosa ne pensa? Forse il motivo sta nell'eccessiva carica politica e critica di questi testi?

A mio parere invece questa è una situazione assolutamente normale. Nelle librerie francesi, in cui gli scaffali con i libri degli autori russi sono assai ben forniti, ho notato lo stesso fenomeno: non conoscevo, in media, un nome su cinque, ma allo stesso tempo alcuni autori rilevanti non erano affatto presenti. Credo che da noi la situazione sia simile. Mi ricordo lo stupore dei lettori francesi, polacchi o rumeni quando mi mettevo ad elencare gli autori dei libri che avevo appena letto o stavo leggendo e che loro non avevano mai sentito nominare. Essi, in cambio, mi facevano i nomi di coloro che consideravano i più rilevanti scrittori russi di oggi. Nomi che in Russia sono sconosciuti al grande pubblico e le cui opere non hanno ancora avuto nessuna risonanza. In generale, c'è un visibile ritardo e gloria a colui che riuscirà ad aprire la strada agli altri. Quanto invece alla politica e alla critica della società, com’è già stato detto, non possono proprio mancare. Non sono per caso presenti nei romanzi di Orhan Pamuk o Jonathan Franzen? Per menzionare solo due autori noti in tutto il mondo e che personalmente stimo moltissimo.

Lei è autore di un brillante volume intitolato Onomastico del cuore (interviste agli esponenti della narrativa russa), e ormai è diventato difficile parlare con tali scrittori senza evocare, di tanto in tanto, le domande che vi sono state formulate. Ci spieghi per favore i criteri con cui ha selezionato gli autori per questa sua "conversazione con la letteratura russa"?

In genere, ho parlato con le persone che mi sono simpatiche, eccovi l'unico criterio della selezione. Ritengo però che l'argomento sarebbe rappresentato meglio se ci fossero non uno ma due o meglio, tre volumi della serie. Lo dico perchè nella letteratura russa gli interlocutori interessanti non mancano mai. Ad esempio, nel libro manca un'intervista con Dmitrij Bykov che personalmente apprezzo e stimo moltissimo. Non c'è Pavel Bassinskij, senza il cui dialogo ed opere sarebbe impossibile rappresentare il quadro completo della letteratura russa di oggi. Non c'è Eduard Limonov che considero il mio maestro letterario. Non ci sono Valentin Rasputin e Andrej Bitov, i quali a giusto titolo possono concorrere all’ottenimento del premio Nobel. In fine, sono assenti alcuni degli scrittori più recenti e da me personalmente amati come Aleksandr Terekhov e Oleg Ermakov. Se si escludono i nomi sopra elencati, quasi tutti gli altri autori con i quali ho voluto parlare sono presenti nel libro che, in fin dei conti, risulta essere carino e divertente.

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