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I nuovi libri

La rassegna del mese: Daniil Granin, Oleg Zajončkovskij, Ilja Bojašov

Daniil Granin. Il mio tenente. Olma Media Grupp, Moskva 2012
 

Daniil Granin, patriarca della letteratura sovietica, è noto soprattutto per i suoi romanzi sui misteri dell’arte scientifica (Incontro alla tempesta, I ricercatori, L'uro), ma è noto anche un altro suo background: nel 1941 rinunciò alla protezione garantita dalla professione d’ingegnere per unirsi ai battaglioni impegnati nella difesa di Leningrado; non sorprende, quindi che il campo tematico legato alla Seconda Guerra Mondiale sia costantemente presente nei suoi testi; tra l’altro, Granin è coautore del documentario Libro del blocco. Il mio tenente, romanzo che nel 2012 ha aggiunto alla lista di onorificenze dell’autore l’importante premio nazionale “Il grande libro”, è un’opera che oscilla tra la narrativa e la non-fiction, è un racconto lungo avvolto nei panni dell’autobiografia: il protagonista è lo stesso Granin, ma il Granin ventitreenne, “giovane, impulsivo, romantico e audace”, un ragazzo che adora Stalin. L’io narrante invece ha 93 anni ed è “un saggio, consapevole del valore della vita e che ha imparato a resistere alle circostanze”, sa di chi è la colpa per le così tante vittime della guerra e capisce che il 17 settembre 1941 Leningrado non fu presa d’assalto soltanto perché Hitler aveva deciso di aspettare il momento della resa ufficiale; si rende conto della differenza tra il popolo e quelli che stanno al potere. Entrambi sono portatori della propria verità, ed è nel punto di congiunzione di queste due visioni che nasce appunto l’opera letteraria. Il principio fondamentale della narrazione sta nell’alternanza ottica: il tenente parla della propria “verità dalla trincea”, che la guerra è mangiare i cavalli, soffrire di foruncolosi, subire gravi commozioni celebrali, odiare i tedeschi, cercare disperatamente dell’acqua per preparare un brodo; il Granin dei nostri giorni riflette sulle cause della guerra, sui problemi del secondo fronte (quello degli alleati, aperto soltanto nel giugno del 1944), sui rapporti complicati con i tedeschi a distanza di mezzo secolo dopo la capitolazione dei nazisti. Il mio tenente parla al lettore in diretta dalla trincea, descrive la prima paura dei bombardamenti, mentre il suo sosia racconta di aver visto, nel corso delle riprese di un film sulla seconda guerra mondiale, nelle trincee accuratamente scavate nei dintorni di Leningrado, attori che interpretavano i soldati e quindi in qualche modo interpretavano egli stesso, un giovane tenente. Pur essendo un espediente letterario non del tutto originale, questo meccanismo funziona alla perfezione grazie alla presenza nel testo dell'esperienza personale, supportata da un’ampia collezione di fatti veramente scioccanti, raccolta nel corso dei 4 anni della guerra e i 60 anni delle conseguenze causate da essa. Quest’opera non va fatta rientrare nella bibliografia dei libri sulla seconda guerra mondiale, ma ci fa capire chiaramente che la guerra non può passare per un episodio conclusosi nel passato, ma è un processo che fino a oggi non è ancora terminato.
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Oleg Zajončovskij. Petrovič. AST, Moskva 2012
 

Petrovič è il nome del protagonista, un bambino straordinario la cui infanzia ha coinciso con l’ultima fase dell’epoca sovietica; il romanzo, o più esattamente la serie di racconti disposti in ordine cronologico, è la narrazione della sua vita. La trama è apparentemente semplice: lo smarrimento e il ritrovamento, il compleanno, la prima rissa, il primo amore, e così via; l’espediente dell’autore sta nel fatto che siamo di fronte ad un bambino che tale è solo in apparenza, mentre il suo mondo interiore è portatore dello spirito confuciano: saggio, filosofo con idee divergenti dal comune, totalmente scettico, detentore di una coerente visione del mondo. Le sue opinioni, persino quelle riguardanti la merendina dell’asilo o il comportamento degli amichetti al parco, sono sempre straordinariamente profondi e ponderati; la sua è, possiamo dire, una figura a colori mentre tutti quelli che gli stanno intorno sono in bianco e nero. "Petrovič" rappresenta non soltanto sé stesso ma anche la parodia dell’epoca che lo ha generato, la cosiddetta “antichità sovietica” con il suo sistema di relazioni familiari, la quotidianità ordinata e il suo sistema di valori: essa è ben definita, ricoperta da una patina, ma allo stesso tempo ironicamente vicina, incapace di superare la linea di galleggiamento della routine. Pochi sono gli autori in grado di distinguere e di descrivere le minuscole sfaccettature sul rapporto reciproco tra “sovietico” e “attuale” in un modo altrettanto acuto quanto questo scrittore di Chot’kovo, cittadina alle porte di Mosca; pochi sono i lettori ed i critici russi contemporanei che si impegnano a cercare queste sfaccettature sulle pagine dei propri romanzi. Stranamente, questo eminente scrittore, autore di alcuni libri e finalista di alcuni prestigiosi premi letterari, è sconosciuto al grande pubblico.
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Ilja Bojašov. Eden. Limbus Press, Sankt-Peterburg, 2012
 

Nei precedenti romanzi di Ilja Bojašov si è parlato di un gatto, in un altro di un carro armato, in un altro ancora di una nave, dunque il lettore che ha avuto a che fare con i suoi eccentrici testi non si stupirà del fatto che il nuovo libro è un genere tra un poema in prosa e una parabola narrativa. La trama vede come protagonista un impiegato d’ufficio il quale, senza mai lasciare i confini della sua (presunta) città, rimane prigioniero di un vecchio che è stato capace di creare un ampio giardino in mezzo ai grattacieli. Il territorio dell’Eden è circondato da un solido muro, il giardiniere padroneggia le arti marziali, per questo si può definire il tipico eroe-dei-nostri-tempi, vittima di un enigmatico esperimento psicologico, costretto a eseguire, per molti anni, i lavori più duri, subendo a volte percosse umilianti. Tutte le suddette procedure conducono, tuttavia, ad una metamorfosi sorprendente: il romanzo, che nelle prime pagine sembra una prova par excellence della follia dell’autore, comincia a “fiorire”: emerge la sua profondità, la finezza dell’ingegno, lo splendore. L’Eden dell’inizio non ha nulla in comune con l’Eden del finale: l’unico elemento costante è rappresentato dallo stile ricercato e barocco del narratore. Il romanzo è scritto sotto forma di diario ed è pieno di ampollosi monologhi interiori del protagonista, tipo: “La vodka ghiacciata (l’unica cosa che incanta i lord dell’Albione nella maligna Schifia del Nord); mezzolitro di questa (se afferri la bottiglia, la mano non reggerà più di due-tre secondi all’atroce freddo), va servita a tavola su un vassoio d’argento con pezzetti di ghiaccio adamantino, un bicchierino con le sfaccettature ben delineate, o, meglio, un bicchiere sfaccettato (affascinante capolavoro dei grandi scultori) e non deve mancare la coda d’aringa e un cetriolino, signori, un cetriolino che un attimo prima di essere servito nuotava, come un embrione, nel liquido viviparo della salamoia, rapito da una forchetta dal seno materno della scatola di vetro, e, con l’aiuto del dito impaziente, liberato da una foglia di ribes appiccicata”. È appunto questo pasticcio di parole (“liquido viviparo della salamoia”, “pezzetti di ghiaccio adamantino”) che alla fine si appiccica al palato, e non resta altro che succhiarselo: ma con le parabole non ci si sazia.