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I nuovi libri

La rassegna del mese: Leonid Beršidsky, Igor Sachnovskij, Aleksandr Grigorenko, Pavel Pepperštejn

Leonid Beršidsky. Rembrandt deve morire. Eksmo, Moskva, 2011

Giallo artistico dell'ex capo redattore del giornale Vedomosti basato, tra l'altro, su fatti realmente accaduti: le vicende relative al furto al museo Gardner. Come spesso accade in questo tipo di opere, nel romanzo sono presenti due linee: una "contemporanea", su un giovane esperto di nome Ivan Štark; l'altra "antica", su Rembrandt. La linea “contemporanea" è molto dinamica, quella "antica", in cui l'autore tenta con impegno di ricostruire la complicata storia artistica e familiare di Rembrandt e soprattutto quella sulla creazione del quadro maledetto "Tempesta sul mare di Galilea", è un po' pretenziosa; queste linee si alternano inoltre meccanicamente senza entrare in risonanza. L'intrigo criminale, con il suo effettivo senso nascosto e i dettagli sul "furto del secolo", è costruito con la dovuta accuratezza, senza però che questa fosse una reale intenzione dell'autore. Infatti il romanzo risulta originale, non tanto come campione narrativo del genere giallo artistico, ma in quanto storia di un eroe dei nostri tempi (e galleria di ritratti dei nostri artisti contemporanei). Le particolarità riguardanti la vita quotidiana russa, l'idea che il protagonista ha dell'economia, dell'arte e dell'educazione infantile; la cerchia delle sue conoscenze, i contatti, gli episodi riferiti alla quotidianità e le vicende dell'infanzia sono tutte osservazioni fatte come di sfuggita: a tutti questi elementi si aggiunge la storia dell'esperienza di vita del giovane intellettuale occidentalizzato, che sa creare arte, ma sa anche investire in borsa, poco adatto ad una vita tranquilla, ma sicuramente interessante, brulicante di personaggi eccentrici, ricco di segnali talvolta fittizi talvolta autentici e in un continuo alternarsi di ambienti sterili. L'(auto) ritratto romanzato di (Beršidskij) Štark risulta più prezioso del biblico ritratto di Rembrandt. Ci sono le basi per credere che prima o poi questo equilibrio verrà ristabilito: Rembrandt smetterà di essere un'opera a sé, sarà bensì il primo romanzo dell'intera serie delle avventure di Ivan Štark. È ovvio che l'autore, essendo riuscito a diventare redattore di una grande testata giornalistica nazionale (Vedomosti), esperto finanziario, guru dell'economia ed editore, abbia abbastanza esperienza ed erudizione per continuare la conversione dei "bonus" accumulati nel genere narrativo.
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Igor Sachnovskij. Il Dio geloso delle casualità. AST, Moskva, 2011



Sachnovskij mantiene costantemente una certa distanza tre sè e i suoi lettori; avendo volutamente rinunciato alla creazione di un'immagine mediatica, non è entrato a far parte della cerchia degli autori "alla moda", nonostante possa annoverare tra le sue opere un capitale di almeno tre libri meravigliosi: L'uomo che sapeva tutto, Gli impellenti bisogni dei morenti e l'ultimo, assolutamente nuovo, La congiura degli angeli: fenomeno principale di questa raccolta.
La congiura degli angeli, se non è un "poema" classico, è allora una prosa in cui è presente più "poesia" che "prosa"; romanzo sulla felice e infelice condizione del destino, sulla credenza nei miracoli, sui poeti e sui citaredi, su misteriose apparizioni e sparizioni, sui fantasmi e i loro sosia, sulle femme fatale e su quegli uomini che per loro sarebbero pronti a entrare in contatto col mondo dei morti… È una costruzione complessa, piena di eco vaganti nei labirinti, che si affaccia contemporaneamente su diverse epoche, una narrazione piena di "sottostrati" mitologici… tra le altre cose, parla anche di due amici, di cui uno è l'"io"-narrante, che possiamo inequivocabilmente ricondurre allo stesso Sachnovskij. I frammenti, che imitano gli appunti autobiografici di Sachnovskij, sono compresi nelle raccolte narrative e romanzate; nonostante a volte sia evidente il luogo in cui si svolga la trama (Inghilterra, Mosca, Egitto, Vinnytsia), è difficile individuare il confine tra le teorie immaginarie e la realtà; è difficile dire con precisione dove finisca la "verità" e dove cominci la "poesia". La profonda immersione nella quotidianità e nel mondo ultraterreno ammalia ogni scrittore; tuttavia la natura non ha elargito con generosità il talento di parlare di questi contatti senza scadere nel misticismo o, al contrario, nella volgare pseudoscienza; ma Sachnovskij è per l'appunto una fortunata eccezione. Equidistante da ogni "standart" universalmente accettato; si è inventato un modo per creare veri e propri fantasmi. In sostanza, la sua mistica semipresenza nei radar della letteratura non è segno di discutibilità e di instabilità, ma è, al contrario, prova di valore e autenticità.
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Aleksandr Grigorenko. Mebet. ARSIS, Moskva, 2011



Mebet, amante degli dei della taiga e della tundra, è un uomo per cui niente è impossibile; è capace di distruggere un'intera armata, non teme la morte, tanto che la fortuna che l'accompagna, è assolutamente sproporzionata a quegli sforzi che lui applica per il raggiungimento dei suoi scopi. Il testo, essendo fondato sui motivi mitologici delle popolazioni indigene dell’Estremo Nord in quanto creato da uno scrittore di Krasnojarsk, è un esperienza pesante, esotica (da exotikos cioè quello di cui ci si può sorprendere e per cui si può provare compassione e quello che non si può capire) per la mentalità europea. Le motivazioni delle singole azioni e la strutturata logicità interna della serie di eventi sono incomprensibili, tuttavia l'enigmaticità degli avvenimenti non sembra essere un ostacolo all’assimilazione del testo. Lo shock da contatto con un ambiente stilistico ostile viene compensato in diversi modi. Mebet è per davvero un libro ricco di suspense; qui non si rischia di affondare in una poesia totalmente altrui, ma è come se si partecipasse ad uno spettacolo dove talvolta il protagonista entra in combutta con l'esercito dei morti ricoperti di vermi tombali, talvolta si ritrova a bazzicare con le streghe. A parte lo strano ambiente, in cui sono presenti cani parlanti e orsi saggi, nell'ordine delle cose, il testo magnetizza il lettore grazie ai suoi dettagli etnografici, come per esempio l'uso di incredibili elementi a cui la vita quotidiana dei personaggi è legata: cinghie, legate apposta nel punto di incrocio delle aste di sostegno della yurta, affinché la donna possa partorire all'impiedi; pozzi speciali in cui mettono i morti perché si possano poi sollevare su un albero e lasciarli lì. Mebet è una buona e dettagliata descrizione di una vita stravagante, ma quanto meno pragmatica, concreta e reale nella quale avvengono fatti strani e irreali. "Per millenni il verde oceano inghiotte frammenti di lotte che avevano imperversato negli spazi dei due mondi civilizzati: l'Europa e l'Asia; e nulla ha dato in cambio, non ha gettato niente nelle rive, ha fatto ogni cosa in segreto, misteriosamente, con lettere oscure". No, eppure qualcosa l’ha gettata, almeno una volta: Mebet non è però comprensibile, ma è il solito "mistero della taiga"; ed è proprio questo che in sostanza ci viene offerto.
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Pavel Pepperštejn. Notte a Praga. Amfora, Ad Marginem, Moskva, 2011



Opera innovativa pseudoletteraria con illustrazioni originali, in realtà composta da testo e grafica, anche se diciamo che la grafica è più chiara rispetto al testo. Il protagonista, un killer intellettuale arriva a Praga per eseguire l'ennesima commissione e partecipare al congresso in onore dell'anniversario della Primavera di Praga; la città lo ammalia, e non si sa bene se egli sprofondi nei propri sogni, o si dissolva nell'ambito del testo, certamente non è adatto a mantenere il personaggio in uno stato di solida aggregazione e si trasforma in qualcosa di intangibile, metafisico, che non si fa fissare neanche attraverso il sostegno della letteratura; in sostanza, Notte a Praga è un romanzo-catastrofe, un romanzo in cui è evidente che certi aspetti della realtà (e dell'irrealtà) non si possano definire letteratura. Non esiste un romanzo così "labirintico", in cui qualcuno possa dire cosa c'entri la ricotta in faccia alla persona su cui cade il killer, nonché businessman russo, davanti alla basilica di San Vito; l'unica risposta è un interdetta controdomanda: "A?", con la quale tra l'altro si chiude questo librettino.