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I nuovi libri

Stazione di posta #10

Walter Siti, Bruciare tutto, Rizzoli 2017
 

Già nella prima puntata di questa mia intermittente corrispondenza letteraria dall’Italia, sei anni fa, figurava il commento a un romanzo di Walter Siti, Autopsia dell’ossessione (Mondadori 2010), che nell’occasione indicavo come una delle tre opere di riferimento di quell’annata della nostra narrativa. A quella mia lettera dunque rinvio chi volesse ripercorrere la traiettoria seguita da Siti sino a quel momento, a partire dall’opera prima già lungamente incubata, Scuola di nudo (Einaudi 1994). Quanto è seguito, da allora, da un lato conferma l’eccellenza di un’opera che non ha smesso di far discutere e di affermarsi (sino ad accaparrarsi, nel 2013, il più popolare premio letterario italiano, lo Strega, col successivo romanzo Resistere non serve a niente, pubblicato da Rizzoli l’anno precedente), dall’altro segna un deciso cambio di passo, da parte dell’autore, nel suo rapporto con i generi letterari e, più alla radice, con le attitudini – non solo di poetica ma psicologiche e addirittura morali – che per qualsiasi autore, a ben vedere, comporta aderire appunto a un genere.
 
Già Autopsia dell’ossessione – che per così dire rovesciava il punto di vista, su chi dice io, adottando quello di un suo antagonista – mostrava il desiderio, da parte di Siti, di affrancarsi dalla prospettiva esclusivamente soggettiva, per non dire solipsistica, alla quale sino a quel momento aveva legato la propria scrittura. Il successivo Resistere non serve a niente collocava chi dice io in una posizione di mero testimone, per non dire portavoce, di un personaggio (il cinico bankster Tommaso Aricò) certo non assimilabile alla persona dell’autore. Mentre l’Exit Strategy annunciata da Siti col titolo del suo ultimo libro (Rizzoli 2014) era certo quella della vicenda amorosa, se così si può definire, narrata nella trilogia autofinzionale composta da Scuola di nudo, Un dolore normale e Troppi paradisi (raccolta nello stesso 2014 nel ponderoso volume uscito, sempre da Rizzoli, col titolo Il dio impossibile) ma soprattutto, direi, quella dalle modalità narrative che quella vicenda avevano contraddistinto: appunto quella che l’autore oggi definisce la "trappola dell’autofiction", genere di cui è stato il codificatore italiano ma anche, insieme, il primo prigioniero. Bruciare tutto, almeno in apparenza, per la prima volta estromette del tutto il narratore dalla narrazione e si presenta come un romanzo tradizionale, in terza persona (anche in questo caso, dunque, il titolo si può leggere altresì in chiave metalinguistica). In realtà chi firma il romanzo non è del tutto esterno, rispetto al testo, perché lo correda di un folto apparato di note che da un lato commentano la vicenda narrata, dall’altro, ancora una volta, i moduli rappresentativi che quella vicenda mettono in scena e propongono al lettore.
 
Un altro aspetto che inevitabilmente “attrae” l’autore nel testo, e che figura infatti tra gli argomenti trattati nelle sue note, è la ricezione del testo medesimo: sin dall’inizio prevista come polemica – per non dire scandalizzata. Si può anzi pensare che una simile ricezione fosse, come negli Scritti corsari di Pasolini (del quale Siti è il massimo studioso avendone raccolto gli scritti, in dieci volumi della prestigiosa collana "I Meridiani" Mondadori, fra il 1998 e il 2005), prevista dall’autore quale parte integrante dell’opera. Anche se è lecito dubitare che Siti potesse attendersi i livelli sui quali si sarebbe posta, tale discussione: che ha riportato la nostra cultura – come se nulla fosse passato, da allora, sotto i ponti – ai tempi del processo per oscenità a Madame Bovary, 1857 (rievocato in uno degli ultimi saggi scritti da Siti nella propria vita anteriore di critico: quello significativamente dedicato, nel 2001, al Romanzo sotto accusa). Non è un caso che, nel capitolo meno isterico e intellettualmente più sostenuto della bagarre mediatica seguita alla pubblicazione di Bruciare tutto, Siti abbia voluto parafrasare appunto Flaubert dicendo che il suo “scandaloso” protagonista, il prete pedofilo Don Leo Bassoli, "c’est lui". Non da oggi, peraltro, Siti sostiene essere appunto quello della pedofilia l’ultimo e più invalicabile dei tabù del nostro tempo (ed è una scelta tematica tutt’altro che cinica e gratuita – come invece gli è stato ingenerosamente rimproverato – questa che, presente sin dall’opera prima Scuola di nudo, svolge un ruolo sempre maggiore da Troppi paradisi a Resistere non serve a niente).
 
È questo il motivo per cui l’exit dichiarata, dalle modalità autobiografiche, risulta più una petizione di principio che un’effettiva performance letteraria. Non si può sostenere, come è stato fatto nel corso della polemica seguita all’uscita di Bruciare tutto, che i tormenti e le estasi di un sacerdote tentato dal più mostruoso dei peccati (cui peraltro ha ceduto, ci viene narrato, una sola volta: molto tempo prima di quello narrato nel libro) non sarebbero descrivibili da chi (nella Nota conclusiva) lamenta, con un paradosso dichiarato, "che Dio non gli abbia concesso il dono della fede". In una delle note il narratore sostiene infatti che Don Leo, nonché suo "alter ego", sia la sua "spettrale proiezione": "simile a quelle che le radiazioni nucleari stamparono sui muri di Hiroshima". E davvero Don Leo è un Walter che, a differenza di lui, è andato fino in fondo, tanto con la religione che con la perversione (due facce, sostiene Siti con Lacan, della stessa hybris): così deliberatamente consegnandosi all’Olocausto. Prima a quello, metaforico, del Delitto, poi a quello, letterale, del Castigo. (È infatti profondamente scorretto che, nei primi articoli della bagarre mediatica sul romanzo di Siti, si sia spoilerato il presunto finale del suicidio di Andrea, il bambino "molesto e troppo saggio per la sua età" che si attacca troppo a Don Leo e invano gli si offre, scontrandosi con l’“eroica” resistenza del sacerdote; e si sia invece taciuto il vero finale – che basta a smentire, nel bene e nel male, la presunta neutralità dell’autore rispetto al personaggio –, in cui ad adempiere alla sorte annunciata dal titolo è lo stesso Leo che, al modico prezzo d’una tanica di benzina e d’un accendino, consegue l’estasi autopunitiva – "non c’è resurrezione senza condanna" – che "brucia in un istante il rancore di una vita".)
 
Per questo appunto, se è vero che Bruciare tutto è il primo libro, dice l’autore, "in cui non compare mai il personaggio Walter Siti", non si può invece dire – come pure è stato sostenuto, stavolta in sua difesa – che nulla vi sia del modo di pensare, se non di vivere, dell’autore suo omonimo nel personaggio di Don Leo. E per fortuna. Se la seconda parte è quella in cui il romanzo s’impenna (dopo una premessa troppo lunga – quantitativamente quasi metà del testo – di "cazzeggio" corale: alla maniera dell’altro libro di Siti che meno mi aveva catturato, Il contagio), è proprio perché usciamo dalla dimensione post-naturalistica, iper-mimetica nei confronti dello "scenario progressista" della Milano "resuscitata dal centrosinistra" (qualifiche quanto meno ironiche, queste, da parte di chi ha voluto riflettere pure, ha scritto in seguito, "sui limiti della carità") ed entriamo nella camera ardente, nelle temperature torride appartenenti alla tradizione del “romanzo d’idee" (quelle dei riferimenti segnalati e ammessi, da Dostoevskij a Gide a, soprattutto, Giuda l’oscuro di Thomas Hardy: in tutti è presente il suicidio infantile che, è stato pure sostenuto nel corso delle polemiche, sarebbe di per sé qualcosa di letterariamente inverosimile): dove il personaggio diventa un simbolo, un nodo di affetti e concetti, in quanto tale non più valutabile, appunto, sul piano della verosimiglianza "ridimensionale".
 
Ed è appunto questo il piano dove si gioca la scommessa – scommessa tutta letteraria, a dispetto della bagarre – di Siti. Se è vero che nella società del narcisismo di oggi – ha sostenuto l’autore difendendosi sul Corriere della Sera – "la prima persona ha invaso il campo" e "l’autobiografia, aumentata o meno", è diventata "un ostacolo all’espressione delle verità profonde di sé", questo lo si riscontra piuttosto nella pletora degli stenterelli che intendono l’autofiction, oggi, quale estensione del dominio dei social e prova di forza del proprio "capitale relazionale" (come oggi orribilmente lo si definisce). Ad affascinare, in uno scrittore vero quale evidentemente è Siti, resta invece l’intercapedine indecidibile, la zona grigia fra l’autore e il personaggio. A un certo punto di Resistere non serve a niente si dice che "onnisciente sarebbe solo Dio, se esistesse"; infatti neppure Bruciare tutto è un romanzo tradizionale, contrassegnato da un narratore appunto "onnisciente": la "terza persona", contrassegno tipico di questa forma di narrazione (e che anche qui è in effetti assente: in senso concettuale ed emotivo, se non meramente grammaticale), equivarrebbe davvero a un segno di quella trascendenza dalla quale, una volta di più, ci riscontriamo tanto tentati quanto esclusi. Come da quel Paradiso che – per l’autore miscredente quanto per noi suoi lettori, ipocriti e fraterni – è davvero troppo.